Mattarella all’inaugurazione dell’anno accademico: “Lo studio costituisce la spinta e lo strumento per l’apertura, per il dialogo”

“35.000 laureati e 700 dottori di ricerca nei primi 40 anni dell’Università di Cassino”

Costruire cultura, creare connessioni, ampliare l’orizzonte: la cerimonia per il quarantennale dalla fondazione dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale è stata contrassegnata da parole chiave e da temi importanti. L’emozione di tutto il territorio per l’incontro con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stata tangibile. Nell’Aula Magna della Folcara, accanto al rettore Giovanni Betta, c’era il senso di appartenenza di una realtà territoriale che si è sentita gratificata dalla presenza della più alta carica dello Stato.

Proprio lì dove i giovani trovano la concretezza della parola ‘futuro’, il Presidente Mattarella ha ricordato: “Quarant’anni sono un periodo gemello a quello dell’Ateneo della Tuscia, come ha ricordato il Magnifico Rettore. Due settimane fa ho partecipato alla cerimonia di quella università. Quella scelta, quarant’anni fa, di far sorgere nel Lazio meridionale e Lazio settentrionale due università è stata il frutto della consapevolezza che gli studi universitari non possono essere un fenomeno di élite, ma devono essere il più diffusamente possibile distribuite nel nostro Paese e devono avere un contatto ampio e profondo con il suo territorio.

È un percorso tutt’altro che compiuto. Il nostro Paese è ancora in ritardo nel numero dei laureati rispetto alla media europea e ha bisogno di intensificare questo percorso che non può mai dirsi raggiunto compiutamente ma che ha ancora bisogno di una forte spinta da parte delle istituzioni.

Il Magnifico Rettore poc’anzi ha parlato – non a caso, immagino – del valore della connessione tra le discipline, tra i vari comparti del sapere, ma anche della connessione tra università e territorio, quella che sia qui che nel Nord del Lazio fa toccare con mano quanto la presenza universitaria e la sua attività abbia contribuito allo sviluppo culturale delle aree di riferimento. Ma connessione anche – e del resto è dimostrata dalla presenza del vice Presidente della Regione, del Presidente della provincia, di tanti sindaci in questa occasione – tra la comunità scientifica che supera i confini nazionali. E il richiamo che ha fatto il Rettore alle numerose collaborazioni internazionale con atenei europei ed extraeuropei è di grande significato”.

Il Presidente Mattarella ha accolto le parole della rappresentante degli studenti, Elena Di Palma: “Le sue parole mi hanno fatto venire in mente un episodio drammatico: quello di un ragazzino quattordicenne – poco più di un bambino –annegato nel Mediterraneo, e recuperandone il corpo hanno trovato cucito nella giacca del suo vestito la pagella scolastica con i suoi voti. Questi casi – quelli che conosciamo ma chissà quanti non ne conosciamo, né conosceremo mai – di giovanissimi che attribuiscono alla loro pagella, ai loro risultati scolastici, il valore di un passaporto, o anche più di un passaporto, di un accreditamento di serietà e di impegno verso Paesi in cui speravano di poter sviluppare la loro vita, la loro cultura, il loro benessere, certamente interroga fortemente la nostra coscienza. L’ho voluto ricordare perché ha un altro significato, ulteriore: quello che lo studio costituisce insieme la spinta e lo strumento per la cultura, per l’interesse e il rispetto verso le culture diverse, verso le altrui opinioni, verso l’esperienza di altri. Lo studio costituisce la spinta e lo strumento per l’apertura, per il dialogo, per l’amicizia.

Elena Di Palma ha collegato il ruolo dello studio alla storia dell’Abbazia che ha definito ‘simbolo di speranza’. Non c’è dubbio. L’Abbazia è un punto alto della storia e della cultura d’Europa. Insieme ad altre abbazie, con quella rete di riflessione, analisi e grande di studio che si è creata allora, ha consentito il traghettamento della cultura antica verso i nostri secoli. Nel mese scorso sono ricorsi i settacinque anni dai bombardamenti sull’Abbazia, che è risorta in pieno, ribadendo il senso di speranza. Dal senso di speranza dello studio che l’Abbazia raffigura con tanta efficacia nasce l’evocazione del dovere di generosità, di impegno, di apertura, di dialogo, di preparazione e di competenza.

Questa vocazione si lega al contenuto della lectio magistralis del Professor Recinto che ringrazio molto. Il dibattito sul rapporto tra diritto e realtà è antico. Ce l’ha presentato, con molta efficacia, come scienza pratica che regola la convivenza e, del resto, l’antico brocardo recita che il diritto nasce dal fatto, nasce dalla realtà della vita sociale; traduce fenomeni della vita sociale in regole, le elabora e le ritrasmette alla società. Questo è un percorso costante che non si interrompe. Il Professor Recinto ha detto di non pensare al diritto come ad una serie di definizioni inerti e ha messo in guardia dal pericolo di generalizzazioni immobili e pericolose, perché il percorso del diritto che raccoglie dalla società e riversa i suoi risultati sulla società è un lavoro costante, a volte lento ma mai interrotto.

Questo compito è affidato alle università. Naturalmente definire le regole è compito del Parlamento, del legislatore. Una parte rilevante è affidata alla giurisprudenza, all’ordine giudiziario, alla magistratura che interpreta e applica, dando anche indicazioni; ma la sistemazione completa, l’elaborazione teorica – non astratta, ma teorica – del diritto è affidata alle università, agli studiosi, agli atenei, come in ogni branca della scienza. Questo compito, fondamentale per il nostro Paese, è quello che motiva la riconoscenza – che non mi stanco di ripetere – nei confronti delle nostre università. La presenza di tanti Rettori sottolinea quanto sia rilevante questo collegamento tra atenei per questo ruolo fondamentale, più che prezioso, indispensabile per il nostro Paese”.

Una inaugurazione ricca di spunti e di interventi che hanno contribuito non solo a tracciare una identità di Unicas, ma a fotografare il presente come avvenuto nella relazione della rappresentante degli studenti Elena Di Palma che ha scelto di dedicare la sua relazione a “Yaguine Koita e Fodè Tounkara, due adolescenti, decisero di arrivare in Europa per realizzare il loro sogno: studiare. Si nascosero nel vano carrello di un aereo diretto a Bruxelles nell’aeroporto di Conakry, la capitale della Guinea. Li ritrovarono abbracciati, morti per congelamento. In tasca avevano le pagelle di scuola”. “Sono passati 20 anni dal sogno infranto di Yaguine e Fodè, ma poco è cambiato se nel 2019 l’immigrazione è un argomento che continua a dividere, a creare steccati, ad alzare muri. L’altro visto ancora con paura, come un diverso, anziché come un’opportunità. Che differenza c’è tra loro e noi? Studenti loro. Studenti noi. Ah si, poi una differenza c’è, è rappresentata dal colore della pelle. Noi cittadini di Europa, loro cittadini africani, come se questo avesse un valore di più.

In ogni discorso inaugurale, noi studenti, rivendichiamo un ruolo da protagonisti.
Ma diciamocelo con franchezza, poco cambia, e ogni anno che passa dobbiamo
constatare che il nostro non è un Paese per studenti. Un Paese che non investe
nei giovani è un Paese vecchio che non ha interesse a crescere, è un Paese che
abbandona un capitale inestimabile, non lo tutela, non dà le opportunità per crescere,
svilupparsi, e permettere al Paese stesso di rinnovarsi. Non è demagogico giovanilismo quello che rivendichiamo, ma una politica attenta, che sappia guardare in profondità, rispondere ai nostri bisogni materiali e immateriali e soprattutto darci la possibilità di ripensare il nostro modello sociale e di sviluppo, che ha dimostrato tutta la propria inadeguatezza, alimentando disuguaglianze sociali e precarietà esistenziale.

Continuiamo a pagare anni di scelte politiche sbagliate in tema di istruzione, mancanza di borse di studio e di alloggi, di costi esorbitanti per studiare, di mancanza di prospettive. E oggi grido, che nulla è cambiato a livello nazionale; anzi, troppi studenti sono stati esclusi dal diritto a ricevere borse di studio, esenzione totale delle tasse o alloggi universitari. Quale modello di società vogliamo perseguire se continuiamo ad allontanare le classi meno abbienti dalle nostre Università? Come pensiamo di crescere se consideriamo l’istruzione
uno spreco da tagliare e laureiamo il minor numero di studenti in Europa? L’aziendalizzazione delle nostre università e la volontà di appiattire le nostre aspirazioni sulla spendibilità nel mondo del lavoro hanno sacrificato l’idea del sapere come strumento di emancipazione individuale e collettiva, inasprendo le barriere di carattere economico sociale e razziale. Credo che per ridare forza e importanza all’Università si debba però portare avanti una rivendicazione ben più ampia e radicale, legata alla necessità di restituire alla collettività un bene fondamentale, quale quello dell’accesso al sapere per tutti: per farlo, è necessario intraprendere un percorso verso la gratuità dell’istruzione pubblica”.

Dal rappresentante del personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, Francesco Cuzzi, è stato evidenziato: “L’Università è un bene comune e, come tale, è interesse di tutti farla crescere e prosperare. Attraverso il Presidente della Repubblica che ci onora della sua presenza, chiediamo allo Stato di investire di più nell’Università e nella Ricerca e, alla nostra Regione, di continuare a credere in noi, aiutandoci a favorire lo sviluppo del nostro Ateneo”.

Quali sono le sfide di un Ateneo come quello di Cassino? Nella sua prolusione il professor Giuseppe Recinto ha sottolineato: “Lo studio del diritto diviene così un’esperienza di relazione, perché i docenti e gli studenti, e gli studenti tra loro, sono in relazione, perché i supporti didattici (libri di testo, sentenze, articoli su riviste) sono in relazione tra loro, perché i diversi settori del diritto, e gli altri saperi, sono in relazione tra loro, e tutto ciò perché “diritto e realtà” sono, e saranno sempre, in relazione tra loro. Soltanto così, ovvero rifuggendo dalle più moderne forme di “relativismo”, o, all’opposto, dai tentativi “rileggere” il presente soltanto attraverso il “filtro” del passato, potremo, allora, garantire che ogni bilanciamento di contrapposti interessi nel nostro ordinamento giuridico sia davvero in grado di assicurare quella centralità del valore fondante e prevalente del nostro patto costituzionale, ovvero la promozione e la tutela della Persona umana, nella sua complessità ed in tutte le sue componenti, materiali, esistenziali, relazionali, affettive, formative ed, ovviamente, anche culturali, perché, come ci ha ricordato, ancora un volta, con la consueta efficacia il Presidente Mattarella, “la cultura è lo strumento per rendere più forte la convivenza e più partecipe la vita delle istituzioni, mantenendo un rapporto di connessione tra queste e la società”.

Ebbene, allora, se realmente sapremo insegnare tutto ciò ai nostri studenti avremo
dei giuristi, dei cittadini, e soprattutto delle persone, davvero, al servizio del senso più profondo del nostro “vivere insieme”, in quanto custodi di quell’unica possibile applicazione del diritto ammessa dal nostro ordinamento giuridico, ovvero una applicazione del diritto – sempre e comunque – rispettosa della dignità dell’essere umano. Perché, come ho cercato di evidenziare sin dall’inizio di questo nostro incontro, “l’importante non è memorizzare definizioni inerti ma acquisire un abito mentale che permetta d’interpretare […] ciò che, magari per la prima volta, si presenta alla nostra attenzione”, citando Serianni. Il tutto nella consapevolezza che, mai come in questo momento storico e al cospetto delle tante sfide che ci attendono, un moderno giurista realmente attento all’unicità e alle peculiarità di ogni singolo caso concreto non può cedere alla tentazione di rifugiarsi entro l’ ‘apparente tranquillità di immobili e pericolose generalizzazioni’. Questo significa – per me – insegnare il diritto, affinchè le nuove generazioni che andremo a formare, possano, davvero, definirsi futuro”.

Il ruolo dell’Università di Cassino è stato ribadito dal magnifico rettore Giovanni Betta che nel suo discorso introduttivo ha evidenziato: “Abbiamo sin qui laureato oltre 35.000 studenti e conferito il titolo a 700 dottori di ricerca. Ancora oggi la percentuale di nostri iscritti, figli di genitori non laureati, è tra le più alte d’Italia. L’Università di Cassino, dunque, non si è mai potuta limitare, e non si è mai limitata, a fare della buona didattica e della buona ricerca. Essa ha rappresentato, ed ancora rappresenta, il principale motore per lo sviluppo del territorio, se riconosciamo nell’alta formazione l’unico vero strumento di competitività delle imprese e delle pubbliche amministrazioni”.

Inevitabile il passaggio dedicato alle traversie non facili che hanno riguardato l’Ateneo negli ultimi anni, in particolare legate alle vicende finanziarie e a questo proposito il rettore ha aggiunto: “Non ho nessuna intenzione di ringraziare coloro che ci hanno messi in ginocchio, pur se è innegabile che queste esperienze così forti stimolino in tutti noi un processo che può capitare di non attuare perché si è magari presi dalla quotidianità delle proprie attività: l’acquisizione della piena consapevolezza di quello che si è, con i propri pregi ed i propri difetti. Consapevolezza quale elemento indispensabile per migliorare in maniera continua. Consapevolezza soprattutto delle proprie qualità.

Perché come mi ha recentemente ricordato mio figlio: “Conoscere ed amare se stessi è il primo passo per amare gli altri”. E vorrei quindi fare con voi un breve percorso per meglio conoscerci, per meglio amarci”. Il rettore ha evidenziato i risultati conseguiti, la capacità di connessione dell’Ateneo con il territorio, la capacità di sviluppare la didattica e di valorizzare la ricerca: “Mi sono chiesto – ha concluso il rettore – cosa avrebbero pensato i nostri padri fondatori se avessero assistito alla mia prolusione odierna. Sarebbero orgogliosi di questo giovane Ateneo quarantenne o lo disconoscerebbero? Sicuramente l’Università è molto cambiata dagli anni ’80. L’offerta didattica può essere diversa ogni anno, la ricerca si misura sulla base di stressanti indicatori internazionali ed è persino nata una terza missione.

Con un pizzico di presunzione credo che sarebbero orgogliosi di questo piccolo miracolo: migliaia di studenti, provenienti da 39 nazioni, decidono di formarsi nel nostro Ateneo, in discipline umanistiche, sociali, giuridiche, economiche e tecniche; nei nostri uffici e nei laboratori ricchi di moderne attrezzature si svolgono ricerche d’avanguardia e quando si partecipa ad un Convegno Internazionale e sul badge leggono Università di Cassino non ti chiedono più se siamo un polo di Roma o di Napoli e non dicono più con voce incerta “Cassino?, perhaps Monte-Cassino!”.

Ed è quindi con l’entusiasmo del giovane 40-enne, che dichiaro aperto l’anno accademico 2018-2019 dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, 40° dalla sua fondazione”.