Veroli, completato il restauro della Scala Santa

Domenica 17 Marzo la riapertura ai fedeli

Vedere un restauratore all’opera è una tra le più emozionanti bellezze del mondo. Sono modelli di bellezza attiva che saldano passione, tecnica, meticolosità e precisione. Soprattutto quando le loro mani si posano su qualcosa che è già di per sè bello e fortemente “sentito”. A Luglio del 2017, per volere del rettore della Basilica di Santa Maria Salome, Don Angelo Maria Oddi, iniziarono i lavori di restauro della Scala Santa.

Il difficile e “rischioso” compito di riportare al suo antico splendore la Scala Santa di Veroli venne affidato alle mani esperte dei restauratori della ditta verolana Fontana.

Mani di estrema bravura e precisione, quelle di Antonio, Francesco ed Enrico Fontana, gli Artigiani di Veroli che con passione e maestria riconsegnano un futuro all’antico. Una garanzia. Tra ori grezzi, impasti di colore eterei, pennelli come punte d’ago, il luogo sacro, all’interno della basilica, sotto stretto controllo della Soprintendenza e dello stesso Rettore che ne ha seguito ogni singolo mutamento, ha iniziato a riprendere vigore.

Il primo intervento, eseguito nei mesi di Luglio ed Agosto consisteva nel mettere in sicurezza, attraverso iniezioni di consolidante, il finto mosaico che si stava sgretolando a causa delle infiltrazioni di acqua piovana. Operazione rischiosa che potrebbe causare il distacco di tutta la superficie. La seconda fase dell’intervento ha interessato la reintegrazione pittorica: è stata eseguita nella Cappella del Crocifisso una finta tappezzeria con il riassetto della cupola, manomessa volgarmente per interventi precedenti. Infine, in segno di riconoscenza del popolo verolano, sono stati eseguiti su due Lunette gli stemmi del Vescovo Lorenzo Tartagni e del Papa Benedetto XIV. Domenica 17 marzo, incensata di rinnovata fede e di nuovo splendore, la Scala Santa sarà riaperta ai fedeli. Alle ore 16.00 o fedeli sono invitati a partecipare al pio esercizio penitenziale della salita della Scala Santa, seguita dall’Adorazione Eucaristica e dalla Santa messa. La fede per la nostra storia spirituale è l’amore più vasto e smisurato. Non le è concessa stanchezza. E quando essa fa dono di questa unicità, ovunque si posa una ricchezza senza fine.

LA STORIA

Era intorno al 1740, quando il Vescovo diocesano Monsignor Lorenzo Tartagni, patrizio di Forlì, iniziò a curare i lavori di una cappella nella basilica di Santa Maria Salome. Tra la cappella della “Passione”, ora dei Caduti, e la scala in pietra semicircolare che porta alla cripta, un nuovo spazio sacro iniziò a prendere forma. Due cappelline con cupole decorate e due brevi scale laterali d’accesso. Nella parte centrale, una galleria con volta a cassettoni e pareti in finto marmo sovrastavano la Scala composta da dodici gradini in pietra locale. Tre piccole croci in ferro vennero infisse al centro del primo, sesto ed undicesimo gradino e lungo i due lati in basso correva un passamano metallico di sostegno. Sulla parete di fondo, una pregiata tela, oggi chiusa da cristallo antisfondamento, dipinta dal pittore Antonio Cavallucci da Sermoneta, raffigurava in una singolare iconografia, un angelo nell’atto di baciare teneramente la mano di un Cristo inerme, mentre un altro angelo era sopraffatto dal pianto. Una tela che riporta al tema della “Pietà” con gli Angeli già diffuso in epoca rinascimentale. Nella raccolta cappellina interna, che si può equiparare al “Sancta Sanctorum”, vennero collocate, raccolte in custodie metalliche e di legno, numerose reliquie di Santi ed una piccola tela con una soave e struggente Mater Dolorosa. Una dettagliata “istruzione” vescovile, oggi rimossa, affissa sulla parete, rammentava ai visitatori il “privilegio” di quel luogo ed elencava le condizioni a cui dovevano attenersi i visitatori: “Per una volta il mese, in perpetuo a piacere d’ogni Fedele, che confessato e comunicato, salirà in ginocchio la Scala Santa, acquisterà le stesse Indulgenze della Scala Santa di Roma. In tutti gli altri giorni dell’anno, chiunque salirà come sopra acquisterà cento giorni di Indulgenza. Niuno sputi in della Scala, rappresentando quella stessa che salì Gesù Cristo Nostro Signore. Niuno salirà con la spada e col bastone, e le Donne con il Guardinfante. Avvertano tutti di non portare Ragazzi in braccio ed altri che non hanno l’uso di ragione. Vadano tutti con divozione, modestia e polizzia massime nelle scarpe. Avvertano di non portare tasca, vestito o altro sulle spalle. Niuno calirà e salirà detta Scala in piedi essendo tale la mente del nostro Sommo Pontefice Benedetto XIV”. Altre due lapidi in latino e in italiano posti sui due accessi laterali, informavano ancora i devotissime del luogo, sacro al nome di Salome, del privilegio impetrato dal vescovo Diocesano di Veroli: “Per concessioni di p.p. Benedetto XIV, salendo genuflessi questa Scala, si lucra l’indulgenza quotidiana di cento giorni e una volta l mese la stessa indulgenza plenaria della Scala Santa di Roma, in perpetuo. Quella luogo sacro, era la “Scala Pilati”, pervenuta a noi come Scala Santa. Fu lo stesso vescovo Tartagni, come attesta una pergamena rinvenuta in seguito, a far collocare sull’undicesimo gradino, dentro una teca dorata una particella estratta dal legno della Vera Croce. La pergamena inoltre attesta l’autenticità della reliquia: “ […] attestiamo che una particella estratta dal legno della SS Croce di nostro Signore Gesù Cristo, custodita nella nostra Chiesa Concattedrale, fu riposta entro una Teca dorata, racchiusa nella parte anteriore da cristallo, legata con filo in seta rossa e munita di Sigillo impresso su cera ispanica e quindi, al fine di incrementare la devozione dei fedeli, è stata collocata sul gradino XI della Scala Santa nella Chiesa di Santa Salome di questa Città. In fede, dato in Veroli dal Palazzo vescovile 19 agosto 1751. L.S. Lorenzo Tartagni. vescovo di Veroli”. Quella antica e cocente devozione per questo luogo sacro spinse, nel corso dei secoli, diverse famiglie benestanti verolane, con il benestare e in accordo con i vescovi, a prendersi cura della Scala Santa. La stessa venne decorata nella parte esterna sulla sommità dell’arco centrale con un finto mosaico in cui vengono raffigurati tre momenti della “Via Crucis”. La splendida opera è da attribuirsi al pittore verolano Rodolfo Mauti, al quale si devono anche altre numerose decorazioni nelle Chiese di tutta la regione. Dagli atti diocesani di Sacre visite, si è venuti a conoscenza che nel 1809, i coniugi verolani Francesco Saverio Mazzoli e Margherita Fontana, fecero costruire per devozione dietro la cappellina frontale, una cella per racchiudervi la reliquia Santa Croce e molte altre di cui loro stessi erano in possesso. Fu durante l’episcopato di Monsignor Luigi Fantozzi, che nel 1921 la cappella fu ceduta al notaio verolano Commendator Pio Fiorilli, Cavaliere del Sovrano Ordine Militare Gerosolimitano del Santo Sepolcro. Il nuovo “patrono” dotò la cappella con paramenti sacri e varia suppellettile, ne curò la decorazione artistica, in collaborazione con il verolano Giuseppe Moraldi, ad opera del pittore Cicerone Macioce di Arpino. Si presume che il Commendator Fiorilli, per una sorta di “patronato laicale” fece tumulare nella cella sottostante le salme dei suoi congiunti. Fu lo stesso Ordine di Malta, il cui sacro emblema figura appunto tra i motivi ornamentali della Cappella, a farsi carico di gran parte delle spese nelle successive restaurazioni. Presso questo luogo sacro vi sostò in preghiera Papa Pio IX, quando durante il giubileo popolare visitò la città di Veroli. Era il 15 maggio 1863. Credenze popolari, vogliono che sia stata la stessa Madre Salome, a far arrivare il frammento del legno della Croce nella città di Veroli. Secondo la tradizione fu Elena, madre dell’imperatore Costantino, a ritrovare la Croce di nostro signore durante gli scavi sul Golgota alla ricerca degli strumenti della Passione. Quella di Gesù fu identificata grazie alla guarigione miracolosa di una malata e fu esposta alla venerazione dei fedeli a Gerusalemme. Nel corso dei secoli se ne sono perse le tracce, ma i numerosi frammenti prelevati di volta in volta sono ancora oggi visibili in moltissime chiese. Com’è noto, le reliquie più importanti custodite nelle chiese verolane provengono dall’Abazia di Casamari e dalla certosa di Trisulti. Quest’ultima, durante i primi anni dell’ottocento, a seguito della soppressione ordinata da Napoleone per tutti gli ordini religiosi, venne abbandonata dai monaci restando in balia dei briganti. Memori delle vicende analoghe che costrinsero i monaci di Casamari a portare a Veroli, al sicuro, il loro tesoro, l’arcidiacono e vicario capitolare Luigi Bisleti, chiese al prefetto di Roma il generale Alessandro Miollis, il permesso di trasferire a Veroli tutte le sacre reliquie e “l’impareggiabile spezieria”. Ottenuto il benestare e nominato come deputato ad sacras reliquias Francesco Maria De Bubus, priore del convento degli agostiniani, accompagnato da cinquanta uomini, il religioso partì alla volta di Trisulti. Occorsero cinque giorni per riordinare, raccogliere, sistemare tutte le reliquie. Alcune teche nelle quali erano racchiuse, erano state rotte per rubare piccoli pezzi d’argenti sui quali era scritto il nome del santo. Ebbe inizio il lungo viaggio “di quelle aspre montagne”. Un corteo che si snodava tra raccoglimento, lodi a Dio , Santo Rosario e canti sacri. Ogni cassa era trasportata da otto uomini, le reliquie singole erano portate a spalla o sulla testa, secondo l’antica usanza ciociara. Il viaggio si concluse nella Chiesa di San Martino, dove le reliquie furono lasciate “alla devota curiosità” dei fedeli. Dagli atti risulta che tra le reliquie della certosa di Trisulti giunsero a Veroli “li busti do santa salome, do sant’Andrea, di San Biagio e Demetrio, di San Giovanni e Paolo; altri ostensori con reliquie di San giovanni e San Giovanni e San Giacomo figli di Salome, il braccio di San Matteo apostolo ed altri reliquiari più insigni come la Spina, pezzi della Colonna e del Sepolcro di Nostro Signore Gesù. E sotto al baldacchino, assistito da sacri ministri, il Santissimo Legno della Croce. Terminata la dominazione francese e rientrati i monaci a Trisulti, sia il Capitolo di sant’Andrea, sia il Comune di Veroli furono sollecitati alla restituzione. I canonici verolani manifestarono con svariate motivazioni ferma opposizione. Ancora oggi la maggior parte di quelle reliquie è custodita nelle chiese verolane. Alla Scala Santa di Veroli fu dedicato un francobollo commemorativo da 750 lire, emesso il 25 settembre 1993 con validità permanente. Purtroppo le reliquie verolane della Passione conservate nella Scala Santa, furono al centro della cronaca anche per un fatto increscioso. Una Spina della corona di Gesù e una parte della spugna imbevuta di aceto, vennero trafugate ad opera di un religioso, originario della provincia di Cosenza. Una delle reliquie rubate era già stata venduta in Russia e fu bloccata alla dogana per effetto dell’embargo legato al conflitto in Ucraina. religioso, originario della provincia di Cosenza ma che abitava a Roma. A questo proposito è obbligatoria una premessa: proprio per l’alto valore attribuito a queste reliquie non è raro che ci siano diverse città o chiese a contendersi l’autenticità dello stesso oggetto. In questi casi ciò che conta davvero è la fede e l’atteggiamento con il quale ci si accosta ad esso che non deve mai cadere nella superstizione.

Monia Lauroni