Festa grande per la rieletta sindaca Bucci

Quando la gente che hai fatto vincere diventa più importante di te che hai vinto allora la vittoria è completa davvero. Lo è perché quello di far passare come vittoria degli altri una cosa che alla fine avvantaggia solo te è un trucco che non riesce mai, un ghiribizzo di cui San Vittore del Lazio, dal 26 maggio, puo’ fare a meno. Nadia Bucci tutto questo lo sa benissimo e ieri si è goduta la sua gente, intervenuta alla festa per la vittoria amministrativa di Uniti per San Vittore, con una certezza in più: di San Vittore non ha espugnato le urne, ma i cuori. Vero è che le urne una “mezza indicazione” l’avevano data, con una vittoria tanto brutale da resettare finanche le più rosee previsioni pre voto. Inutile negarlo, è un buon inizio e predispone ai riti collettivi della vittoria. Ma il dato che è emerso ieri a Piazza Municipio è stato un altro, più profondo ma non per questo meno palpabile. C’è un’empatia profonda fra questa giovane avvocata testarda che si appresta al secondo mandato amministrativo ed una comunità che attendeva da tempo una formula di governo che umanizzasse l’esercizio della pubblica amministrazone ma non abdicasse dalla puntigliosità con cui esso va condotto se si vogliono portare a casa risultati. Gente, tanta gente, allegria, musica, botti come fosse Beirut e pasta d’ordinanza per tutti in un rito mangereccio sincero e lontano da ogni piaggeria. E poi facce, facce che hanno dato la cifra del momento più di centomila parole spese nella liturgia, inevitabile e bella, delle felicitazioni: facce più distese che allegre. L’allegria dopo un cimento d’urna a trazione locale è spesso maschera di inquietudine ma quella che serpeggiava ieri a San Vittore era diversa. Tutti erano consapevoli, ciascuno declinando la propria indole e sensibilità personale, del fatto di aver contribuito a mettere il paese sulla pista di un riscatto già avviato, ma da portare allo stato dell’arte. Gli interventi di ringraziamento, di prammatica, hanno risentito di questa comunicazione istintiva fra chi governerà dal Comune e chi governerà dalle abitazioni. Francesco Paolo Giangrande, che assieme al vicesindaco uscente Roberto Bucci sulle preferenze ha fatto la mietitrebbia, ha tirato fuori un vecchio ed irrisolto cruccio: il municipio in piazza, quella piazza dove pulsa il cuore di una comunità su cui la chirurgia folle di altri si era accanita spostando la sede. Quindi si governi e birba chi mancherà all’Assise di insediamento, il popolo è interfaccia vera e deve partecipare ai riti delle decisioni e nel luogo dove si prendono. La Bucci ha colto il senso di una vittoria che, di fatto, pacifica il paese perché figlia di numeri aggreganti. L’invito alle opposizioni a sotterrare l’ascia di guerra ha fatto il paio con la stoccata politica per cui il presupposto di quell’undertaking era che la stessa trovasse un’anima comune e chiudesse in soffitta la sua composita natura. C’è plurarlità e pluralità: quella buona delle diverse istanze e quella meno buona dei differenti modi di declinare la tigna. Tutto da copione dunque ma con qualcosa in più: quel qualcosa che ieri sera è riuscito perfino ad emendare il luogo comune del carro dei vincitori che all’improvviso si affolla. Quello di Uniti era talmente già pieno di suo che qualche posticino in più non lo ha potuto negare. Per eleganza.
Giampiero Casoni