Il gioco d’azzardo patologico ed il paradosso governativo

Lo stato non proibisce il gioco d’azzardo, si concedono quotidianamente licenze a Bar ed esercizi pubblici per inserire quelle macchine infernali, ci si limita ad esporre in modo sempre troppo frettoloso che il gioco può creare dipendenza. La tv soprattutto nelle fasce orarie serali e durante programmi strategicamente studiati, trasmette pubblicità che invitano al gioco on line, scommesse e diavolerie simili, servendosi come testimonial, di personaggi dello spettacolo, e dello sport. Il web pullula di siti a cui si accede per scommettere su tutto: partite, gare automobilistiche, videogiochi, costringendo il giocatore ad utilizzare carte di credito, bancomat, forme di pagamento su cui si ha poco margine di controllo rispetto al denaro contante che ad un certo punto si esaurisce.
Secondo i dati 2015 dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Stato, il Lazio è la seconda regione italiana per spesa in gioco (oltre 7 miliardi), per numero di sale gioco (più di 500) e per macchinette da gioco (quasi 50mila terminali tra slot e video-lottery). Un primato che certo non ci lusinga e che dovrebbe invitare a riflettere su un fenomeno che sta acquisendo proporzioni esagerate. la Regione Lazio punta a diventare un’istituzione all’avanguardia nel contrasto all’azzardo, portando i finanziamenti no-slot da 2,5 milioni del biennio 2015-2016 a 14,4 milioni per il 2017-2018 , con l’apertura di 80 sportelli regionali di informazione e prevenzione su tutto il territorio.
Un po’ paradossali le posizioni dello Stato, da un lato rende possibile tramite il Monopolio di Stato l’istituzione di punti scommesse e dall’altra stanzia fondi per sostenere e curare la dipendenza (GAP).
L’aumento della povertà, l’incremento della disoccupazione, sono fenomeni che invitano le persone a giocare per vincere, almeno in un primo momento, poi il gioco implica azione, attesa, aspettative di vincita e questo produce un incremento dei livelli di adrenalina nel nostro corpo, che caricano il giocatore e lo portano ad uno stato di euforia che allontana i pensieri dai problemi quotidiani. È da questo punto in poi che un’azione si trasforma in dipendenza, quindi nel bisogno di ripetere quell’azione più e più volte.
Il GAP gioco d’azzardo patologico ha meritato un posto nel manuale dei disturbi psichici DSM, e come abbiamo visto impegna risorse economiche e professionali sanitarie ormai già da qualche anno. Tre anni fa nel corso di un’esperienza di aggiornamento professionale all’attuale SERD, mi sono occupata assieme a dei colleghi di valutare nella popolazione dei soggetti poliassuntori (che hanno fatto uso di più sostanze tossiche), la frequenza di occasioni di gioco d’azzardo e le conclusioni di tale ricerca sono state che una percentuale significativa di soggetti dipendenti poliassuntori possedeva nella propria storia di dipendenza, periodi di GAP. Questo riporta ad una considerazione che la dipendenza è una fragilità che può assumere mille sfaccettature, che dipendono dall’incontro del soggetto con l’oggetto della dipendenza (sostanze stupefacenti, psicofarmaci, alcool, gioco d’azzardo, cellulare, internet….), per cui se la possibilità di accedere al gioco è agevole e ricorrente, acclamata da persone importanti e pubblicizzata dai mass media, siamo indotti a credere che possa essere lecita.
Tale dipendenza coinvolge una popolazione molto eterogenea per età dai 15 ai 64 anni, ed è preoccupante la precocità con cui esordisce, è una dipendenza subdola e l’impatto che ha sulla vita del soggetto interessato e sul contesto familiare può essere devastante prima di essere svelata.

di Filomena Citro, psicoterapeuta
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